Azioni

Azioni operative per l’attuazione della proposta articolate nei tre assi del Laboratorio.

Il laboratorio ha elaborato una serie di azioni per ciascun asse che esemplificano possibili modalità di attuazione della nostra proposta.

Asse 1. Una scienza nella (e per la) società

Indirizzi strategici a sostegno della scienza per la società

Un forte e stabile incremento del finanziamento alla ricerca, alle infrastrutture e alla formazione:

  • Aumentare in modo pluriennale i fondi pubblici per università e centri di ricerca;
  • Creare programmi di finanziamento decennali per grandi infrastrutture scientifiche;
  • Piano concorsi per giovani ricercatori per ridurre la precarietà;
  • Finanziare laboratori avanzati condivisi tra università, enti di ricerca pubblici, e territorio includendo il settore privato.

Il rafforzamento del ruolo della ricerca pubblica come bene comune (indipendenza, terzietà, trasparenza):

  • Garantire studi indipendenti da interessi economici privati;
  • Rafforzare gli enti pubblici di ricerca nelle attività strategiche nazionali;
  • Rendere pubblici dati e metodologie delle ricerche finanziate dallo Stato;
  • Introdurre organismi indipendenti di valutazione scientifica e trasparenza.

Il rafforzamento strutturale della comunicazione e della cultura scientifica come infrastruttura democratica, per accrescere consapevolezza, preparazione alla gestione dei rischi, e fiducia nella scienza e nelle conoscenze:

  • Introdurre programmi permanenti di divulgazione scientifica nelle scuole;
  • Rafforzare festival, musei e centri della scienza nei territori;
  • Formare giornalisti specializzati nella comunicazione scientifica;
  • Creare campagne pubbliche sulla gestione dei rischi ambientali e sanitari.

Lo sviluppo di ecosistemi digitali aperti (open science, dati, AI) orientati all’interesse pubblico:

  • Creare piattaforme pubbliche per condividere dati scientifici;
  • Sviluppare infrastrutture di ricerca nazionali per la ricerca collaborativa;
  • Promuovere software open source nella ricerca pubblica;
  • Garantire accesso aperto agli archivi scientifici e alle banche dati pubbliche.

La promozione di equità, inclusione e giustizia socio-ambientale

Per una transizione verde e digitale guidata dalla conoscenza ma socialmente equa:

  • Accompagnare la riconversione energetica con formazione professionale;
  • Incentivare tecnologie pulite accessibili anche alle aree più fragili;
  • Sostenere le imprese che investono in innovazione sostenibile;
  • Ridurre il costo energetico per famiglie vulnerabili durante la transizione ecologica.

Ridurre i divari territoriali nell’accesso a ricerca, istruzione e innovazione (con attenzione particolare al meridione e all’uguaglianza di genere):

  • Investire in università e poli innovativi, in particolare nel Mezzogiorno;
  • Potenziare la connessione digitale nelle aree interne;
  • Creare reti di collaborazione tra centri di ricerca del Nord e del Sud;
  • Incentivare il rientro dei ricercatori in particolare nei territori meno sviluppati.

Il sostegno allo studio e alle carriere scientifiche:

  • Aumentare borse di studio e residenze universitarie;
  • Rafforzare i programmi Erasmus e di mobilità nazionale;
  • Ridurre i costi di trasporto per studenti e ricercatori;
  • Creare spazi di studio e coworking accessibili nelle città universitarie.

L’integrazione tra politiche ambientali e sanitarie per ridurre le disuguaglianze:

  • Monitorare l’inquinamento e i suoi effetti sanitari;
  • Rafforzare la ricerca sulle malattie legate ai cambiamenti climatici;
  • Integrare dati ambientali e sanitari nelle politiche pubbliche;
  • Promuovere piani urbani che migliorino qualità dell’aria e salute pubblica.

Decisioni consapevoli e partecipate

Una integrazione strutturata tra conoscenza scientifica e policy-making:

  • Utilizzare evidenze scientifiche nelle politiche sanitarie e ambientali;
  • Promuovere la partecipazione degli esperti per la mitigazione dei rischi naturali e antropogenici in un contesto etico e legale sostenibile;
  • Istituire comitati scientifici permanenti presso Parlamento e ministeri;
  • Valutare l’impatto scientifico delle principali riforme pubbliche;
  • Creare sistemi di consulenza scientifica per gli enti locali.

Il ruolo della ricerca pubblica nella sorveglianza e nel monitoraggio per la gestione/mitigazione dei rischi naturali e antropogenici, e in generale nei rischi complessi:

  • Rafforzare reti di monitoraggio sismico e climatico;
  • Sviluppare sistemi di allerta precoce per eventi estremi;
  • Coordinare banche dati pubbliche sui rischi naturali, ambientali e sanitari;
  • Investire nella prevenzione dei rischi industriali e tecnologici.

Un nuovo contesto etico e giuridico per l’uso della conoscenza nel decision-making nell’era dell’IA: Ricerca, Prevenzione, Trasparenza e Responsabilità:

  • Definire regole trasparenti per l’uso dell’IA nella sanità e nella mitigazione dei rischi;
  • Garantire controlli sugli algoritmi utilizzati dalla pubblica amministrazione;
  • Tutelare privacy e diritti nell’uso dei dati personali;
  • Promuovere organismi etici indipendenti sulle tecnologie emergenti.

Per una governance delle tecnologie emergenti orientata al bene comune e consapevole dei rischi dell'uso duale di quasi tutte le nuove acquisizioni scientifiche:

  • Controllare usi impropri delle biotecnologie;
  • Regolare l’utilizzo civile e militare delle tecnologie dual use;
  • Valutare l’impatto sociale delle nuove tecnologie prima della diffusione;
  • Promuovere standard internazionali per la sicurezza tecnologica.

Il coinvolgimento attivo dei cittadini nei processi decisionali per aumentare legittimità e resilienza:

  • Coinvolgere le comunità locali nelle decisioni ambientali;
  • Organizzare consultazioni pubbliche su grandi opere e tecnologie;
  • Creare assemblee cittadine sui temi scientifici, climatici e relazione ambiente-salute;
  • Sviluppare piattaforme digitali per la partecipazione democratica informata.

Riconoscere centralità alla ricerca valorizzando pubblicamente un approccio adeguato alla complessità dei problemi, rifiutando semplificazioni demagogiche e indirizzando la collettività a riflessioni critiche e all’adozione di comportamenti consapevoli sul ruolo della scienza per la società

La dimensione europea e globale della scienza

Il rafforzamento della partecipazione ai programmi e alle infrastrutture Europee:

  • Aumentare la presenza italiana nei bandi Horizon Europe;
  • Rafforzare gli uffici di supporto alla progettazione europea;
  • Finanziare partenariati internazionali tra università e imprese;
  • Favorire la partecipazione delle piccole università ai programmi UE.

Il coordinamento strategico dei programmi quadro Europei e delle grandi iniziative internazionali:

  • Collegare la ricerca nazionale alle missioni europee sul clima;
  • Partecipare a reti internazionali su salute, ambiente ed energia;
  • Coordinare strategie scientifiche con altri paesi europei;
  • Sviluppare programmi comuni di ricerca nel Mediterraneo.

L’accesso alle infrastrutture di ricerca e la mobilità dei ricercatori:

  • Facilitare scambi internazionali di ricercatori;
  • Finanziare accessi condivisi a grandi laboratori scientifici;
  • Semplificare i visti per studiosi e ricercatori stranieri;
  • Creare programmi di rientro per ricercatori italiani all’estero.

La promozione di una Scienza Aperta Sostenibile (dati scientifici, informazione, conoscenza):

  • Rendere accessibili pubblicazioni scientifiche pubbliche;
  • Promuovere archivi open access nazionali;
  • Condividere dati scientifici utili alla ricerca globale;
  • Definire standard comuni per la gestione sostenibile dei dati.

Il ruolo della Scienza nella governance delle sfide globali (clima, energia, salute, sicurezza):

  • Collaborare su pandemie e cambiamenti climatici;
  • Sviluppare tecnologie energetiche sostenibili condivise;
  • Coordinare reti scientifiche internazionali sulla sicurezza alimentare;
  • Rafforzare la cooperazione globale sulla gestione delle crisi ambientali.

Scienza, democrazia e pace

Per ricostruire il rapporto di fiducia tra scienza e società:

  • Rafforzare la trasparenza della ricerca scientifica e la consapevolezza nella società del suo ruolo;
  • Favorire il dialogo diretto tra ricercatori e cittadini;
  • Rendere comprensibili i processi decisionali per promuovere consapevolezza e resilienza;
  • Valorizzare il ruolo sociale degli scienziati nella comunicazione pubblica.

Il contrasto alla disinformazione e il rafforzamento di spazi pubblici per promuovere conoscenza e partecipazione consapevole:

  • Sostenere piattaforme di fact-checking scientifico;
  • Introdurre educazione digitale e scientifica nelle scuole;
  • Collaborare con media e social network contro le fake news;
  • Creare osservatori pubblici sulla disinformazione online.

La comunicazione della scienza nella società del rischio come pratica dialogica non unidirezionale:

  • Organizzare dibattiti pubblici su vaccini e ambiente;
  • Coinvolgere cittadini e associazioni nei processi comunicativi;
  • Promuovere format partecipativi nei media pubblici;
  • Formare ricercatori alla comunicazione e all’ascolto sociale.

La cooperazione scientifica internazionale per il progresso, come strumento di diplomazia e pace:

  • Usare progetti comuni come strumenti di dialogo tra paesi;
  • Sostenere la collaborazione scientifica in aree di conflitto;
  • Favorire programmi di ricerca condivisi tra Nord e Sud del mondo;
  • Promuovere diplomazia scientifica nelle organizzazioni internazionali.

La responsabilità sociale della scienza nel contribuire a società più democratiche, consapevoli e resilienti:

  • Orientare la ricerca verso il benessere collettivo;
  • Valutare l’impatto sociale delle innovazioni tecnologiche;
  • Promuovere ricerca dedicata alla resilienza delle comunità;
  • Incentivare pratiche scientifiche attente a inclusione e sostenibilità.

Asse 2. Per una nuova politica dell’alta formazione in Italia

1. Investire sul sistema, riattivare l’ascensore sociale, stabilire una nuova alleanza tra studio, lavoro e welfare

Il divario con paesi come Germania e Francia in termini di laureati rispetto alla popolazione tra i 25 e i 64 anni è ancora alto (23% in Italia contro il 32% e il 43%). Il divario nel finanziamento pubblico sull’alta formazione, che in Italia oscilla senza aumentare strutturalmente da quasi un ventennio, è enorme (Italia 0,41% del PIL per circa 9,4 miliardi, Germania 1,2% per 50 miliardi, rancia 1,4 % per 40 miliardi). L’Italia è uno dei paesi europei nei quali il cambiamento di status sociale tra generazioni è più lento. La povertà crescente, il lavoro povero e precario, le differenze culturali di partenza e il costo degli studi producono un sistema che tende a selezionare in base alle condizioni economiche più che alle capacità. Occorre gradualmente ridurre i gap. Oggi una quota molto ampia e in crescita degli iscritti svolge attività lavorative, spesso precarie o intermittenti, e la mancanza di tempo, più ancora delle difficoltà economiche, è una delle principali cause di abbandono e impoverimento della qualità della formazione. Serve dunque una nuova politica pubblica che integri diritto allo studio e diritti del lavoro, non limitandosi a curare la formazione di competenze immediatamente spendibili sul mercato, ma educando cittadini capaci di interpretare criticamente il cambiamento sociale, tecnologico e ambientale.

  • Aumentare gradualmente ma stabilmente l’investimento sull’alta formazione pubblica;
  • Aumentare le soglie ISEE per la no tax area e per le borse di studio;
  • Garantire le borse a tutti gli aventi diritto;
  • Istituire un fondo nazionale di garanzia per gli affitti degli studenti;
  • Garantire trasporto urbano gratuito e sostegno alla mobilità dei fuorisede; Rafforzare i servizi di tutorato, orientamento e accompagnamento;
  • Rinnovare le politiche per gli studenti lavoratori;
  • Introdurre un nuovo monte ore annuale retribuito per la formazione dei lavoratori;
  • Rendere compatibili studio e lavoro attraverso modelli organizzativi più flessibili;
  • Riconoscere competenze e attività svolte durante il lavoro;
  • Regolamentare con maggiore trasparenza stage, tirocini e apprendistato;
  • Favorire il rientro nei percorsi formativi degli adulti;
  • Sviluppare forme di apprendimento permanente lungo tutto l’arco della vita.

2. Superare le disuguaglianze territoriali

Le opportunità di accesso all’università e alla formazione avanzata restano profondamente diseguali tra Nord e Sud, tra grandi città e aree interne, tra territori forti e territori fragili. Molti studenti meridionali migrano verso il Nord per proseguire gli studi, soprattutto nei livelli magistrali e di ricerca. Questo fenomeno produce impoverimento culturale e perdita di capitale umano nelle aree più deboli del Paese. Il sistema deve essere pensato come una infrastruttura pubblica nazionale essenziale per lo sviluppo equilibrato dei territori.

  • Rafforzare gli atenei nei loro territori;
  • Favorire la collaborazione tra università;
  • Sostenere reti interuniversitarie e infrastrutture comuni di ricerca; Incentivare la qualità della didattica e non soltanto il numero delle iscrizioni;
  • Sviluppare l’offerta di alta formazione tecnico-professionale;
  • Garantire standard nazionali di servizi agli studenti.

3. Ridurre la dispersione e favorire l’occupabilità

Uno dei principali punti di debolezza del sistema italiano dell’alta formazione è rappresentato dagli elevati livelli di dispersione, dalla fragilità dei percorsi di transizione tra scuola secondaria e istruzione terziaria e dalle profonde disuguaglianze nelle competenze acquisite in uscita dalla scuola secondaria, soprattutto per gli studenti provenienti da contesti sociali e territoriali più deboli. La riduzione della dispersione richiede interventi su questi temi, una ridefinizione degli obiettivi e delle funzioni dei diversi livelli dell’alta formazione e un’integrazione delle politiche formative e delle politiche del lavoro: orientamento, tutorato, qualità della didattica, welfare studentesco, rapporto con il territorio e nuove forme di collaborazione con il mondo del lavoro devono diventare parti di una strategia unitaria per la promozione delle nuove generazioni.

  • Riformare la fase di passaggio dalla secondaria ai percorsi terziari;
  • Istituire un tutorato generalizzato, in ingresso e lungo tutto il percorso formativo;
  • Ridefinire gli obiettivi dei diversi livelli dei corsi universitari e degli altri canali dell’alta formazione;
  • Riorientare le lauree magistrali in rapporto più stretto con la qualità della ricerca e con la costruzione di competenze specialistiche realmente adeguate alle trasformazioni sociali e produttive;
  • Sviluppare l’offerta di alta formazione tecnico-professionale, su standard europei;
  • Incentivare la qualità della didattica e non il numero delle iscrizioni;
  • Assicurare permeabilità tra i diversi canali formativi;
  • Formare le classi dirigenti attraendo i migliori talenti in istituzioni pubbliche speciali.

4. Ripensare la didattica nell’epoca digitale

Le trasformazioni tecnologiche e culturali impongono una revisione profonda delle forme della didattica universitaria. La diffusione delle piattaforme digitali, dell’intelligenza artificiale e dei nuovi ambienti mediali modifica radicalmente il rapporto con la conoscenza. L’istruzione non può limitarsi alla trasmissione di contenuti, né ridursi a semplice agenzia di professionalizzazione, ma deve diventare uno spazio di elaborazione critica, progettuale e cooperativa, dove chi apprende sia messo in condizione di interpretare criticamente gli effetti culturali, sociali e produttivi dei salti tecnologici, dei conflitti globali, delle crisi ambientali, e della crescente polarizzazione culturale. La didattica deve essere ripensata in funzione degli studenti reali, delle loro condizioni di vita e dei nuovi modi di costruzione della conoscenza. Contrastando l’espansione non regolata delle università telematiche private, e rispondendo alla domanda di fasce di popolazione che le università statali non riescono oggi a includere: adulti, lavoratori, studenti con background più fragili e persone impossibilitate alla frequenza tradizionale.

  • Promuovere modelli didattici laboratoriali e progettuali, basati su partecipazione e ricerca-azione;
  • Diffondere l’educazione alla civicness – alla sostenibilità, alla pace, alla cittadinanza democratica;
  • Valorizzare il blended learning di qualità;
  • Sostenere la personalizzazione dei percorsi; Investire nella formazione dei docenti e una mobilità internazionale orientata alla cooperazione;
  • Introdurre sistemi di valutazione centrati sull’effettivo miglioramento degli apprendimenti;
  • Utilizzare le tecnologie digitali senza ridurre la qualità della relazione educativa;
  • Governare democraticamente l’impatto dell’intelligenza artificiale nella formazione;
  • Rafforzare l’autonomia culturale delle università rispetto ai poteri politici ed economici;
  • Sviluppare nelle università statali un’offerta di qualità rivolta ai settori oggi esclusi;
  • Introdurre standard rigorosi sulla qualità della didattica e della ricerca nelle telematiche.

5. Riformare il modello di governance e di valutazione, e contrastare la burocratizzazione

Negli ultimi anni il sistema universitario italiano è stato profondamente influenzato dai modelli del New Public Management, adottato introducendo logiche competitive spesso importate in modo burocratico. La moltiplicazione degli adempimenti, la centralità delle metriche quantitative e l’eccesso di valutazione formale hanno indebolito la qualità della ricerca, della didattica e della vita accademica. Occorre contrastare le tendenze improduttive sia a convertire le università in aziende sia a ridurle a corpi burocratici.

  • Definire per l’alta formazione e la ricerca pubblica un ordinamento speciale, per semplificare le regole di spesa;
  • Investire sul personale amministrativo, a cui affidare interamente la gestione delle procedure, oggi scaricata sui ricercatori;
  • Cambiare radicalmente le procedure di assicurazione della qualità, di accreditamento e di valutazione, semplificandole e svincolandole dal finanziamento e dalle logiche di ranking;
  • Riorientare i sistemi di valutazione verso gli obiettivi sociali e formativi;
  • Restituire spazio all’autonomia sostanziale degli atenei, riducendo la dipendenza burocratica dal Ministero e favorendo la cooperazione invece della competizione;
  • Valorizzare la pluralità delle missioni universitarie, mediante l’introduzione di una “contrattazione” pluriennale tra MUR e singola/e università.

6. Difendere e valorizzare il lavoro accademico

Il peggioramento delle condizioni di lavoro di docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo costituisce uno dei nodi centrali della crisi dell’università italiana. La precarizzazione, il sovraccarico burocratico, la valutazione quantitativa permanente, l’insufficienza delle retribuzioni e un organico non adeguato alle missioni e all’investimento necessario in formazione e ricerca hanno progressivamente indebolito la qualità effettiva del loro lavoro. Senza una nuova dignità della professione accademica non può esistere una università pubblica forte.

  • Stabilizzare il lavoro di ricerca;
  • Garantire percorsi di reclutamento più equi e trasparenti;
  • Investire sul personale tecnico;
  • Rafforzare la libertà di ricerca e insegnamento;
  • Riconoscere il valore del lavoro didattico, cambiando il sistema retributivo.

Asse 3. Ricerca, sviluppo e innovazione nel quadro di una politica industriale attenta alle sfide sociali e orientata alla autonomia strategica europea

  • Caratterizzare la strategia politica attraverso una programmazione degli interventi

Dall’analisi del rapporto tra l’ambito della scienza e tecnologia e il mondo dell’innovazione e dello sviluppo economico emerge una domanda non soddisfatta di strategia, da declinarsi alle diverse scale di intervento, da quella internazionale ed europea fino a quelle tematiche e territoriali, ognuna delle quali portatrici di peculiarità, regole, comportamenti e relazioni. Ma una strategia efficace deve basarsi su quattro condizioni essenziali: a) la condivisione - innovazione e sviluppo economico devono affondare le radici nei valori e nelle priorità che i protagonisti dell’universo della formazione e della ricerca ritengono essenziali per il Paese; b) l’affidabilità - per favorire la costruzione delle alleanze necessarie per impostare e consolidare percorsi virtuosi; c) una governance in grado di esercitare effettive attività di accompagnamento per i soggetti più deboli; d) la definizione di concrete priorità nel rapporto ricerca-innovazione, che riguardino la riorganizzazione dell’offerta ma anche la costruzione di una domanda.

  • Mobilitare gli attori, in particolare i giovani, a partire da quelli al più alto grado di formazione, per riorientarli verso una visione innovativa della società coerente con modelli valoriali (equità, giustizia, pace) per il proprio impegno sociale e sviluppo professionale;
  • Garantire continuità nelle scelte e nelle risorse sul medio-lungo periodo, identificando e sperimentando gli opportuni strumenti;
  • Contrastare la debolezza strutturale attualmente determinata da una prevalenza di “attori deboli” nella produzione e nei servizi, garantendo azioni di accompagnamento e coinvolgimento;
  • Favorire l’approccio all’innovazione, il superamento di percorsi solo routinari e l’identificazione di specifiche domande di innovazione;
  • Riorganizzare l’offerta di ricerca-innovazione da parte del sistema scientifico a partire da nuove dinamiche di costruzione della domanda, stimolando le imprese a superare un modello di sviluppo industriale poco centrato su tecnologia e innovazione e ridefinendo le modalità di incontro e di sostegno alle loro interazioni, anche in una logica di performance di sistema.
  • Rafforzare il ruolo e le caratteristiche dell’intervento pubblico

Per fare interagire il mondo della scienza e della conoscenza e quello della tecnologia applicata e delle regole di mercato servono più risorse pubbliche e più condizionalità, come hanno indicato nell’ultimo periodo il “Piano Amaldi-Maiani” con i suoi sviluppi e adesioni, e, più recentemente, l’Appello promosso dalla Rete delle Società scientifiche italiane. La via corretta non è la compressione della ricerca guidata dalla curiosità a vantaggio di quella applicata, e neppure, come è stato tentato negli ultimi anni, solo l’incentivazione della ricerca industriale se svolta presso le strutture pubbliche, tanto meno in corrispondenza di un taglio del finanziamento pubblico delle stesse strutture – dinamica che pare destinata a ripetersi con l’esaurimento del PNRR, del quale occorre invece valorizzare gli investimenti effettuati. Occorre altro, tenendo conto dei mutamenti e delle trasformazioni della società e dell’economia, dell’inefficacia del “modello lineare” (prima si genera il risultato scientifico e poi lo si applica) e delle crescenti difficoltà di un approccio open innovation, se non altro per la difficoltà a identificare/delimitare/promuovere i soggetti coinvolgibili, mentre al “traino della domanda” sembra sostituirsi un crescente indirizzo da parte di concentrazioni di interessi privati nel definire i percorsi e i riferimenti degli sviluppi tecnologici attraverso la ricerca, dallo spazio alla AI, dal campo militare alle tecnologie duali. Occorre una politica orientata sullo sviluppo della ricerca di interesse sociale, sulla creazione di infrastrutture a scala europea, sul sostegno e l’accompagno al mercato per le nuove imprese tecnologiche. E occorre affrontare il persistente problema europeo, e soprattutto italiano, del capitale di rischio: senza venture capital, private equity, investitori istituzionali più presenti e imprese più aperte al finanziamento esterno, il credito bancario, con le sue regole e la sua insufficiente capacità di valutazione tecnologica, non basta a sostenere nuove tecnologie e crescita dimensionale. L’Unione Europea dispone di risparmio abbondante, ma fatica a trasformarlo in investimenti produttivi: un mercato dei capitali integrato è essenziale per finanziare l’innovazione. Come esempi di filiere di ricerca e tecnologia avanzata su cui è necessaria una strategia di intervento pubblico, a parte l’iniziativa già presentata sulla Intelligenza Artificiale e quella in corso sulla Fusione nucleare, che cambierebbe completamente l’approvvigionamento energetico del pianeta, possiamo indicare, come esempi, alcune straordinarie ed impressionanti applicazioni tecnologiche nel campo della salute umana, già ora sul mercato, che possono rappresentare il massimo avanzamento della ricerca scientifica connesso al massimo vantaggio sociale: la microchirurgia robotica di precisione (come il Sistema da Vinci, già in uso in centri chirurgici), dove convergono meccanica, robotica, informatica, ottica e medicina; le terapie geniche per la medicina genomica personalizzata (sulla base dell’Editing genetico di precisione, che ha rivoluzionato la biologia consentendo modifiche mirate del DNA); i Vaccini a mRNA; le Protesi bioniche.

  • Sostenere la domanda di ricerca di interesse sociale - dall’energia alla salute, dall’ambiente al territorio - garantendo risorse e centralità degli interventi;
  • Creare le condizioni di investimenti strutturali pubblici (vedi punto 4), in particolare alla scala internazionale ed europea e in forma di “piattaforme delle tecnoscienze”, aprendo un nuovo terreno di cooperazione tra ricerca pubblica e impresa;
  • Usare lo strumento della condizionalità per associare il finanziamento alle condizioni (non meramente amministrative e burocratiche) per la sua erogazione;
  • Valorizzare quanto ha lasciato sul terreno la consistente dotazione infrastrutturale “dalla ricerca all’impresa” della misura 4.2 del PNRR, in termini di centri di ricerca, ecosistemi territoriali, infrastrutture tecnologiche e di ricerca e partenariati diffusi;
  • Impedire il rovesciamento del clima cooperativo che ha caratterizzato la fase del PNRR in competizione per la conquista di risorse scarse, e la dispersione delle competenze costruite, esposte all’attrattività dei fenomeni migratori;
  • Investire, anche per questo, su Poli, Incubatori, Cluster e Distretti Tecnologici e, in ultima istanza, con la messa a regime degli Ecosistemi territoriali del PNRR risultati validi;
  • Ridefinire il ruolo e le modalità di un “Venture Capital pubblico” per l’innovazione tecnologica.
  • Potenziare il trasferimento tecnologico, intervenendo con una logica di sistema sulle competenze e sull’operatività delle istituzioni coinvolte

Per favorire un’apertura verso l’esterno, è necessario rafforzare le istituzioni della ricerca pubblica, chiarire la loro funzione (il mandato), accelerare la sburocratizzazione e la flessibilità operativa, senza replicare un “modello aziendalistico” che si è dimostrato impraticabile e inefficace, adottare modalità interne di funzionamento che sappiano valutare ed accompagnare processi per loro natura complessi, anche attraverso regole operative e assunzioni di responsabilità gestionali che privilegino il risultato da conseguire nei confronti del formale rispetto delle procedure, da sottoporre ovviamente al controllo e alla valutazione. Per ottenere cambiamenti nel medio periodo, una parte significativa dell’attività nelle università e nei centri di ricerca dovrà quindi essere indirizzata e supportata per modificare le strategie di impegno verso il mondo esterno, rispetto alle tradizionali attività “accademiche”, superando ampiamente, per estensione, l’attuale “terza missione” e con una diversa organizzazione del trasferimento tecnologico. Emerge quindi l’esigenza di un governo del processo, con probabili ristrutturazioni delle funzioni dello Stato, e forse delle Regioni e delle aree metropolitane. Un processo che sia in relazione con le politiche UE e nazionali per lo sviluppo, la ricerca industriale, le infrastrutture, il territorio, identificando strumenti che superino le distanze attuali, e in forte sinergia interdisciplinare tra i settori scientifici per quanto riguarda la co-progettazione e la formazione, attraverso forme strutturali stabili e sostenute su base pluriennale.

  • Indirizzare le strategie di interazione con la produzione, i servizi e i territori nelle istituzioni della ricerca pubblica;
  • Innestare diffusamente nuove competenze nel management dei processi innovativi (di trasferimento tecnologico industriale o di coprogettazione di interventi interdisciplinari sul patrimonio culturale o sociale o territoriale);
  • Sviluppare attività partecipate, programmi ad hoc per ricercatori e dottorati, il supporto all'imprenditorialità accademica e allo sviluppo guidato di spin off universitari, forme di partnership operativa con imprese del territorio per attività di R&S, e azioni di comunicazione e divulgazione scientifica verso la società;
  • Creare strutture accademiche per la collaborazione ad incubatori d’impresa e a società di venture builder, per la gestione efficace di attività di brevettazione e di tutela dei diritti di proprietà intellettuale;
  • Assicurare il monitoraggio esperto di docenti senior e la mobilità bidirezionale di personale tra strutture di ricerca e imprese, per una valorizzazione delle invenzioni e dei risultati della ricerca pubblica.
  • Sostenere gli investimenti strutturali europei e le nuove imprese tecnologiche a superare la cd. “valle della morte”

I processi dei punti precedenti necessitano di risorse e del supporto di strutture, da armonizzarsi in una logica sovranazionale anche attenta alle realtà tematiche e territoriali. Il tema delle infrastrutture, sia quelle esistenti, sia quelle nuove da realizzare a supporto delle strategie, costituisce un nodo centrale, in particolare rispetto alla loro sostenibilità nel tempo e alla governance necessaria per ottimizzarne il funzionamento. Non è pensabile un modello unico, anche in ragione delle diverse “utenze” e della possibilità di modalità virtuali di erogazione di servizi e attività. Va anche garantita una periodica validazione attraverso modalità di valutazione volte a garantire trasparenza, massa critica, efficienza e non duplicazioni. Creare le condizioni di investimenti strutturali pubblici, in particolare alla scala internazionale ed europea e in forma di “piattaforme delle tecnoscienze”, apre un nuovo terreno di cooperazione tra ricerca pubblica e impresa, come le proposte di “un CERN per l’IA” o di un Centro per la ricerca biomedica e i vaccini. Proposte concrete che vanno sostenute, centri di ricerca europei integrati, vere e proprie aree, dotati di quella veste istituzionale in grado di operare lungo tutto il percorso dalla ricerca esplorativa alle conseguenze applicative. Una rete di infrastrutture visibile e strutturata favorirà anche i processi di accompagnamento alla nascita e allo sviluppo di imprese tecnologiche, sia quelli generati all’interno per spillover, sia quelli attratti dall’esterno per i fenomeni di polarizzazione e attrazione. Il ruolo centrale spetta agli investitori, anche per contenere il fenomeno che vede oggi, accanto alla migrazione dei cervelli, l’acquisizione delle più promettenti neoimprese da parte di capitali e attori esteri. La “valle della morte” che interviene nel determinare il successo, o l’insuccesso, di tante idee innovative deve essere oggetto di interventi mirati, oltre a ingenti capitali di rischio, che accompagnino l’intero processo ma siano specifici nelle diverse fase ed esigenze, in particolare oggi rispetto al preseed e alla scalabilità che richiedono capacità ad hoc e risorse conseguenti.

  • Creare centri di ricerca integrati, come nei casi di “un CERN per l’AI” o di un Centro per la ricerca biomedica e i vaccini, dotati di veste istituzionale e in grado di operare lungo tutto il percorso dalla ricerca esplorativa alle conseguenze applicative;
  • Sostenere la nuova impresa tecnologica accompagnandola nel mercato, e aiutandola a superare i due momenti critici che allargano ed allungano la cosiddetta “valle della morte” delle startup: la nascita di “corporate startup”, e il percorso di consolidamento di imprese nate in ambito accademico con limitata esperienza gestionale e in settori deep tech.