In questo documento vengono illustrate le aree di intervento per ciascuno dei tre assi che caratterizzano la nostra proposta.
Asse 1. Una scienza nella (e per la) società
La politica deve assumere un ruolo più strategico e responsabile nel promuovere una “scienza per la società”, superando interventi limitati alle emergenze o agli interessi particolari.
È necessaria una trasformazione dell’azione politica fondata su coerenza, continuità e capacità di governare nel lungo periodo i processi di ricerca e innovazione. Questo implica una maggiore preparazione della classe politica nella comprensione tanto dei tempi propri della ricerca che non possono essere subordinati a logiche immediate o a scadenze ravvicinate, quanto dei paradigmi che ne regolano e valorizzano l’approccio metodologico.
Scienza, ricerca e innovazione tecnologica rappresentano fattori strategici per il progresso sociale, inteso come miglioramento della qualità della vita, rafforzamento dell’equità e promozione del benessere collettivo. Lo sviluppo economico e tecnologico deve quindi essere considerato un mezzo e non il fine ultimo. Per questo è fondamentale affrontare in modo sistemico il rapporto tra scienza e società, così da creare opportunità, ridurre conflitti e favorire una maggiore comprensione reciproca.
Occorrono politiche capaci di diffondere una cultura scientifica ampia e accessibile, rafforzare il contributo del paese agli standard europei e internazionali, migliorare la gestione e la comunicazione dei rischi, promuovere nuove frontiere della ricerca in ambito ambientale e sanitario, affrontare le questioni etiche legate alla ricerca nell’era digitale e consolidare il legame tra ricerca, formazione e innovazione nei territori, nei servizi e nell’industria. Contrastando una visione eccessivamente aziendalistica e mercatistica dello sviluppo scientifico e tecnologico, e riaffermando invece il ruolo pubblico per la centralità della libertà e dell’autonomia della ricerca, vanno ripensate le categorie concettuali da promuovere, affinché l’Italia possa partecipare attivamente alle politiche europee e globali della ricerca e dell’innovazione, orientandole verso obiettivi di equità, democrazia e pace.
Il sostegno politico alla ricerca e alla formazione deve tradursi nel rafforzamento del sistema nazionale della ricerca, composto da università, enti pubblici, poli tecnologici e fondazioni. Occorre accrescere il ruolo della ricerca di base anche per innervare l’industria e l’economia della conoscenza, e valorizzare il ruolo delle scienziate e dei giovani ricercatori. È inoltre importante comunicare maggiormente l’elevata qualità della ricerca e della formazione italiana, sia per favorire maggiori investimenti sia per riconoscere il ruolo degli scienziati e restituire dignità al lavoro dei docenti e alla formazione dei giovani.
Le aree di intervento
1. L’indirizzo strategico della scienza come bene pubblico
Investire stabilmente in ricerca, formazione, infrastrutture e cultura scientifica.
2. Ridurre disuguaglianze e promuovere giustizia sociale e ambientale
Usare conoscenza e innovazione per accompagnare ogni transizione in modo equo e inclusivo.
3. Rendere le decisioni politiche più consapevoli e partecipate
Integrare scienza, etica e partecipazione democratica nelle politiche pubbliche.
4. Rafforzare la dimensione europea e globale della ricerca
Indirizzare le politiche per la ricerca scientifica e la formazione per promuovere la partecipazione italiana a livello internazionale su conoscenza, infrastrutture e grandi sfide globali.
5. Sostenere il ruolo della scienza a favore della democrazia e della pace
Rafforzare fiducia, informazione corretta e cooperazione scientifica internazionale.
Asse 2. Una nuova politica dell’alta formazione in Italia
Il sistema italiano dell’alta formazione attraversa una crisi strutturale che riguarda insieme accesso, qualità, mobilità sociale, innovazione e democrazia. L’università e l’intero settore della formazione terziaria non riescono oggi a svolgere pienamente la funzione indicata dalla Costituzione che indica tre principi: garantire libertà della ricerca e dell’insegnamento, l’autonomia delle istituzioni e il diritto allo studio per tutti i capaci e meritevoli.
Negli ultimi decenni il sistema ha subito una progressiva burocratizzazione, una riduzione degli investimenti pubblici e un indebolimento della propria capacità di agire come “ascensore sociale”. L’Italia continua a pagare un livello troppo basso di istruzione della popolazione in età da lavoro e nella fascia di età tra i 19 e i 35 anni rispetto alle medie europee, forti tassi di abbandono, diseguaglianze territoriali e sociali, scarsa diffusione dell’alta formazione tecnico-professionale, precarizzazione del lavoro accademico e difficoltà crescenti per studenti e lavoratori nell’accesso alla conoscenza. Una politica riformatrice dell’alta formazione deve dunque partire da un principio chiaro: riportare gli studenti e il diritto alla conoscenza al centro dello sviluppo del Paese. Non si tratta solo di una questione educativa, ma di una scelta strategica per la democrazia, per la crescita economica, per l’innovazione e per la coesione sociale.
Più in generale, occorre costruire una nuova visione pubblica dell’alta formazione, che va considerata come la principale infrastruttura democratica e culturale del Paese, e come uno dei motori principali di sviluppo. Gli investimenti in questo settore in termini di risorse e di riforme non vanno considerati come un costo, mentre negli ultimi decenni le politiche pubbliche si sono spesso limitate a interventi frammentari e difensivi, senza affrontare i nodi strutturali. Un drammatico sottofinanziamento e l’adozione di modelli competitivi si sono intrecciati in modo perverso, accentuando gli squilibri territoriali, disciplinari e sociali. Ma obiettivi come l’assicurazione della qualità dei percorsi, la riduzione della dispersione, il contrasto alle disuguaglianze e l’interazione con il mercato del lavoro non possono essere perseguiti senza un riorientamento generale e un potenziamento del sistema. Occorre dunque una strategia di lungo periodo fondata su alcuni principi essenziali:
- l’alta formazione come diritto universale e investimento collettivo;
- il rafforzamento del sistema pubblico, attualmente in grave sottofinanziamento
- la centralità degli studenti;
- la cooperazione tra istituzioni;
- il riequilibrio territoriale;
- la qualità della didattica;
- la libertà della ricerca;
- il governo democratico delle trasformazioni digitali;
- il rapporto tra conoscenza, cittadinanza e sviluppo sostenibile.
Le aree di intervento
1. Investire sul sistema, riattivare l’ascensore sociale, stabilire una nuova alleanza tra studio, lavoro e welfare
Riportare gradualmente l’investimento pubblico in alta formazione a un livello competitivo e finanziare un nuovo welfare studentesco. Espandere i diritti degli studenti lavoratori e dei lavoratori per formare cittadini capaci di interpretare criticamente il cambiamento sociale, tecnologico e ambientale.
2. Contrastare le disuguaglianze territoriali
Sostenere i sistemi delle università e dell’alta formazione come infrastruttura pubblica nazionale essenziale per lo sviluppo equilibrato dei territori.
3. Ridurre la dispersione e favorire l’occupabilità
Intervenire sulla fase di passaggio dalla secondaria ai percorsi terziari, istituire il tutorato generalizzato, ridefinire gli obiettivi dei diversi livelli dei corsi universitari e degli altri canali dell’alta formazione.
4. Ripensare la didattica nell’epoca digitale
Promuovere la personalizzazione, dell’educazione alla cittadinanza, e di sistemi di formazione che valorizzino i progressi dei soggetti svantaggiati e sperimentare modelli di formazione che fronteggino criticamente gli effetti culturali, sociali e produttivi dell’AI.
5. Riformare il modello di governance e di valutazione, e contrastare la burocratizzazione
Le sfide del passaggio dalla competizione alla cooperazione, della sburocratizzazione, della pluralizzazione delle funzioni e di una valutazione orientata verso obiettivi sociali e formativi.
6. Difendere e valorizzare il lavoro accademico
La tutela della qualità professionale, della stabilità nel lavoro e della libertà di ricerca e di insegnamento.
Asse 3. Ricerca, sviluppo e innovazione nel quadro di una politica industriale attenta alle sfide sociali e orientata all’autonomia strategica europea
Le carenze strutturali del modello di sviluppo italiano, sia nella produzione manifatturiera, sia nei servizi, e la sua disomogeneità territoriale e infrastrutturale, costituiscono lo scenario di riferimento per una politica che intenda accrescere la capacità e l’impatto delle opportunità e delle offerte generate dal sistema scientifico. La bassa domanda di incorporazione dei risultati della ricerca, sia nella componente privata sia in quella pubblica – anche se la qualità e competitività del sistema italiano è costantemente validata dagli indicatori internazionali - e in generale le difficoltà di relazione con le università e i centri di ricerca, condizionano ogni intervento, finendo per privilegiare i settori meno avanzati, e più corporativi, e alimentando ulteriormente la forbice con le dinamiche globali più avanzate.
I ranking delle più diverse fonti concordano nel definire il sistema innovativo italiano in una posizione intermedia, all’inseguimento dei più avanzati, con croniche carenze che faticano ad essere superate. L’European Innovation Scoreboard, anche nella sua dimensione regionale, colloca l’Italia tra gli “innovatori moderati”, al di sotto della media europea Il recente Report TEHA Ambrosetti posiziona l’Italia al 31 posto per capacità d’innovazione; le eccellenze nella ricerca accademica, nell’export manifatturiero e nelle infrastrutture di supercalcolo non compensano i deficit negli investimenti in ricerca e sviluppo, nella formazione universitaria (quota minima di laureati) e nella diffusione delle competenze STEM. Anche l’indice IBEI (Innovation Business Environment Index) che misura i contesti più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative, posiziona l’Italia al 43 posto (su 125 paesi), pur in presenza di un bacino di talenti universitari tra i migliori al mondo e di eccellenze industriali in aerospazio, robotica, life science e agrifoodtech. L’ultima edizione dell’indagine MET sulle imprese italiane, con dati relativi al 2025 e la cui elaborazione è in corso, segnala in materia di ricerca e innovazione un preoccupante arretramento, generalizzato e non limitato alle aree meno favorite o ai settori meno avanzati.
In questo contesto occorre quindi rivendicare un ruolo trainante e strategico dello Stato e delle sue articolazioni nell’economia e nella tecnologia: un ruolo che le attuali aziende partecipate non coprono. Occorre individuare risorse adeguate per nuove politiche industriali, nell’ottica dell’autonomia strategica europea, entro cui orientare le scelte, promuovendo condizionalità che indirizzino i comportamenti, attivando circuiti virtuosi, e sostenendo alleanze sociali per lo sviluppo.
In un quadro europeo condiviso, e recependo le recenti autorevoli indicazioni del Governatore della Banca d’Italia, occorre creare condizioni favorevoli per raccogliere nuovamente la sfida della produttività, anche tramite la valorizzazione del nostro capitale umano e l’adozione industriale diffusa dell’AI: non erogando «sussidi generici», ma sviluppando politiche mirate per il trasferimento tecnologico, il sostegno alle aziende innovative, la domanda pubblica orientata verso applicazioni avanzate.
Una trasformazione dell’azione politica richiede una strategia complessiva, coerenza, continuità e volontà di governare nel medio lungo periodo i processi di ricerca e innovazione, unita al sostegno e al rafforzamento del sistema nazionale della ricerca (università, enti pubblici, poli tecnologici e fondazioni, e loro relazioni ed infrastrutture), senza trascurare la rilevanza della ricerca di base, per innervare l’economia della conoscenza. Tutto ciò implica una maggiore preparazione della classe politica e dirigente, sia nella comprensione dei tempi propri della ricerca che non possono essere subordinati a logiche immediate o a scadenze ravvicinate, sia dei paradigmi che ne regolano e valorizzano l’approccio metodologico.
Le aree d’intervento
1. Caratterizzare la strategia politica attraverso una programmazione degli interventi
Superare la frammentazione degli interventi attraverso una visione condivisa e di lungo periodo orientata alla competitività, alla sostenibilità e all'autonomia strategica europea, mobilitando tutti gli attori nel rispetto delle loro specificità.
2. Rafforzare il ruolo e le caratteristiche dell’intervento pubblico
Utilizzare in modo efficace strumenti di indirizzo, investimenti e condizionalità per orientare gli attori economici verso obiettivi di innovazione e sviluppo, valorizzando i risultati positivi del PNRR.
3. Potenziare il trasferimento tecnologico intervenendo con una logica di sistema sulle competenze e sull’operatività delle istituzioni coinvolte
Sviluppare competenze, strumenti operativi e reti tra università, enti di ricerca, fondazioni e poli tecnologici, valorizzando quanto esiste, a partire dal sostegno alla ricerca di base.
4. Sostenere gli investimenti strutturali europei e accompagnare le nuove imprese tecnologiche nel superare la cd. “valle della morte”
Favorire la collaborazione tra ricerca, imprese e pubblica amministrazione, sostenendo, con idonee risorse e adeguati strumenti, sia la creazione di infrastrutture, sia il capitale di rischio pubblico e privato, nella diffusione dell'innovazione e delle tecnologie avanzate.
Il laboratorio ha elaborato una serie di azioni per le diverse aree di intervento che esemplificano possibili modalità di attuare la nostra proposta.