Laboratorio per le
Politiche della Conoscenza

La conoscenza come bene pubblico

Viviamo una fase storica in cui la conoscenza è divenuta il principale fattore di progresso e sviluppo, ma la scienza fatica sempre più a orientare le scelte pubbliche. Il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza nasce per riportare ricerca, università e alta formazione al centro del progetto di rilancio del Paese, riconoscendole come pilastri della democrazia, dell'innovazione, della giustizia sociale e della sostenibilità. Di fronte alle sfide poste dalla rivoluzione digitale, dall'intelligenza artificiale, dalle crescenti disuguaglianze e dalla crisi del rapporto tra scienza, politica e cittadini, proponiamo un cambio di paradigma fondato su quattro priorità: ricostruire la fiducia tra scienza e società; rendere l'università motore di opportunità e mobilità sociale; governare la transizione digitale con autonomia e responsabilità; investire stabilmente in ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico. Da queste priorità nasce una proposta per costruire un'Italia capace di competere attraverso la conoscenza, rafforzare la propria visione strategica nel contesto pan-Europeo e mettere il progresso scientifico e tecnologico al servizio delle persone e del bene comune.

Manifesto

Perché un Laboratorio per le politiche della conoscenza

Siamo una rete nazionale di docenti universitari e ricercatori di diverse discipline, uniti dalla preoccupazione per il ruolo sempre più marginale assegnato alla scienza nel nostro Paese. Vogliamo promuovere una riflessione collettiva sulle politiche per la ricerca, l’università e l’alta formazione, elaborando analisi e proposte fondate sul confronto aperto, sulla verifica critica e sulla condivisione di conoscenze e valori.

Partiamo da una constatazione: mentre il tecno-capitalismo globale accresce il peso economico e politico dell’innovazione, la comunità scientifica appare sempre meno capace di incidere sulle grandi scelte che riguardano la qualità della vita, la riduzione delle disuguaglianze, la convivenza pacifica e democratica e la sostenibilità dello sviluppo. L’intelligenza artificiale, come altre tecnologie emergenti, sta trasformando produzione, lavoro e relazioni sociali, ma queste trasformazioni non sono accompagnate da un adeguato dibattito pubblico né da una visione condivisa del loro impatto.

Negli ultimi decenni il mondo della ricerca si è spesso concentrato nei propri ambiti specialistici, perdendo capacità di influenza sulle politiche generali. Il risultato è una crescente distanza tra scienza, istituzioni e società. È un fenomeno che oggi si manifesta con particolare evidenza anche negli Stati Uniti, dove la comunità scientifica è oggetto di attacchi ideologici e dove posizioni pseudoscientifiche trovano spazio persino in settori strategici come la sanità pubblica e il contrasto al cambiamento climatico. Delegittimare la scienza significa indebolire la società e la stessa politica.

Questo indebolimento del ruolo pubblico della scienza si inserisce in un contesto globale segnato da conflitti, crisi delle istituzioni internazionali e aumento delle disuguaglianze. In una fase storica come questa, ricerca, università e formazione superiore non possono essere considerate settori separati: rappresentano infrastrutture essenziali della democrazia, dello sviluppo economico e della coesione sociale.

Per l’Italia, rafforzare questo ecosistema è una condizione indispensabile per tornare a generare innovazione, crescita e inclusione. Negli ultimi anni ha prevalso una logica di ristrutturazione guidata dal mercato, che ha ridotto l’autonomia e il finanziamento delle istituzioni pubbliche senza costruire una vera strategia di sviluppo. Occorre invece affrontare i nodi strutturali che limitano la diffusione della cultura scientifica, la capacità di innovazione, la formazione di competenze e lo sviluppo di conoscenze e l’effettiva mobilità sociale. Occorre sostenere una riflessione esplicita sulle questioni di genere, intesa non solo come maggiore presenza e partecipazione delle donne nella scienza, ma anche per la promozione di una dimensione culturale condivisa che dovrebbe caratterizzare politicamente la produzione della conoscenza, le pratiche scientifiche e i rapporti di potere.

Con questi obiettivi vogliamo contribuire ad elevare il livello del confronto pubblico, promuovendo visioni, linee guida e proposte operative capaci di rafforzare la presenza della scienza nella vita democratica e di orientare riforme di lungo periodo. Siamo convinti che il contributo della ricerca e dell’università sia decisivo per costruire una società aperta, nella quale scienza e tecnologia siano al servizio della pace, della giustizia sociale e della sostenibilità ambientale.

Per questo riteniamo necessario che la comunità scientifica faccia sentire con maggiore forza la propria voce e offra al Paese un contributo rigoroso e autonomo alle scelte programmatiche e di governo. Solo così sarà possibile riaprire un dialogo ampio tra politica, scienza e società e costruire una visione condivisa del futuro.

Le aree prioritarie di azione politica

Individuiamo quattro aree prioritarie di azione politica, non prive di connessione tra loro, le cui criticità oggi limitano la capacità dell’Italia di costruire una società della conoscenza all’altezza delle sfide contemporanee.

La prima riguarda il rapporto tra scienza, politica e società. Negli ultimi decenni si è ampliata la distanza tra produzione del sapere scientifico, decisione politica e partecipazione consapevole della società. Disinformazione, pseudoscienze e polarizzazione mediatica hanno alimentato una diffusa sfiducia nella conoscenza scientifica, mentre la politica oscilla spesso tra adesione acritica alle innovazioni tecnologiche e reazioni difensive o irrazionali all’utilizzo delle evidenze scientifiche, in genere per ragioni puramente strumentali. Ne deriva una minore capacità delle istituzioni di assumere decisioni fondate su evidenze e una crescente fragilità democratica. Occorre ricostruire un rapporto di fiducia attraverso maggiore trasparenza, autonomia della ricerca e canali permanenti di dialogo tra scienziati, decisori pubblici, media e cittadini.

La seconda riguarda l’alta formazione e la mobilità sociale. L’Italia, non solo a causa della grave crisi demografica, continua a registrare un numero insufficiente di laureati, forti disuguaglianze territoriali e sociali e una limitata attrattività internazionale. L’università fatica a rispondere alle esigenze delle nuove generazioni, alla crescente domanda di competenze interdisciplinari e ai bisogni della formazione lungo tutto l’arco della vita. A ciò si aggiunge il blocco della mobilità sociale, che riduce le opportunità individuali e indebolisce la competitività del Paese. È necessario riportare al centro chi apprende, rafforzando il welfare studentesco, ampliando l’accesso agli studi superiori e contrastando i divari economici, sociali e territoriali che limitano il diritto allo studio.

La terza è la transizione digitale. Università e ricerca scontano ritardi nelle infrastrutture di ricerca, nella gestione dei dati scientifici, nelle pratiche di open science e nella diffusione delle competenze digitali. L’integrazione dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie emergenti richiede non solo investimenti tecnologici, ma anche una profonda innovazione culturale e organizzativa. In un ecosistema dominato da grandi piattaforme globali, la questione della sovranità tecnologica, della tutela dei dati e dell’autonomia della ricerca assume un rilievo strategico che non può prescindere dalla dimensione europea.

La quarta riguarda il sottofinanziamento della ricerca e del trasferimento tecnologico e la debolezza dell’innovazione. L’Italia investe in ricerca e sviluppo molto meno dei principali Paesi europei, con conseguenze evidenti: fuga di talenti, minore competitività internazionale, difficoltà nell’attrarre risorse e ritardi nei processi di innovazione. A questo si aggiungono inefficienze amministrative che rallentano l’utilizzo delle risorse finanziarie disponibili e una crescente pressione verso modelli competitivi che rischiano di ampliare le disuguaglianze tra territori e istituzioni. Il trasferimento tecnologico rimane uno dei principali punti deboli del sistema nazionale: la collaborazione tra università, enti di ricerca e sistema produttivo è ancora insufficiente per trasformare conoscenza e innovazione in sviluppo economico e sociale, per superare quella fase “a rischio” di sviluppo di start-up e/o spin off, denominata “dead valley”. Servono investimenti stabili, soprattutto di capitali di rischio, una governance più efficace e una politica industriale capace di valorizzare la ricerca come leva strategica per la competitività, la coesione territoriale e l’autonomia europea.

Da queste aree prioritarie di azione politica derivano i tre Assi della nostra proposta:

  • una scienza per e nella società;
  • una nuova politica dell’alta formazione;
  • ricerca, sviluppo e innovazione nel quadro di una politica industriale attenta alle sfide sociali e orientata all’autonomia strategica europea.

Le aree di intervento per ciascun asse sono dettagliate nel documento dedicato.

Un luogo di dialogo tra scienza e politica

Il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza (LabPolK) nasce per promuovere un confronto stabile tra ricercatrici e ricercatori, decisori pubblici, forze sociali e cittadinanza sui temi della produzione, della valutazione e dell'uso della conoscenza. È uno spazio aperto, autonomo nelle elaborazioni e nelle proposte, pensato per contribuire allo sviluppo di una visione strategica condivisa sulle grandi trasformazioni che investono il rapporto tra scienza e società, ricerca, innovazione e alta formazione.

Chi aderisce al Laboratorio, condividendone il Manifesto, si impegna a partecipare a una comunità il cui metodo di lavoro è fondato sul confronto aperto, sullo scambio di idee e sulla costruzione collettiva di analisi e proposte di policy sui temi fondanti del laboratorio. Questo percorso si sviluppa attraverso incontri periodici, convegni pubblici e un dialogo costante con istituzioni e stakeholder.

Il Laboratorio si è costituito il 12 marzo 2026, riunendo circa quaranta studiosi provenienti da discipline e istituzioni scientifiche diverse. In quella occasione sono stati condivisi un primo documento di indirizzo e una roadmap di lavoro. Nei mesi successivi sono stati avviati tre gruppi tematici dedicati ad altrettante questioni strategiche: Per una scienza per la società – Per una nuova politica dell’alta formazione - Ricerca, sviluppo e innovazione nel quadro della politica industriale.

Il 24 giugno 2026, l'Assemblea dei promotori ha discusso e approvato i risultati dei gruppi di lavoro, dando forma al testo finale del Manifesto, all'individuazione delle Aree di Intervento e a un documento aperto di possibili Azioni per l’attuazione della proposta anche al fine di avviare il confronto con gli stakeholder e le istituzioni.

Con la pubblicazione dei documenti sul sito web, nel luglio 2026, il Laboratorio entra in una nuova fase. Si apre il cantiere del confronto pubblico: LabPolK si propone come una comunità aperta, pronta ad accogliere nuove ricercatrici e nuovi ricercatori, rappresentanti delle istituzioni, delle organizzazioni sociali, del mondo produttivo e della cittadinanza attiva. La conoscenza è una risorsa pubblica e un bene comune. LabPolK nasce per contribuire a rimetterla al centro delle scelte collettive e del futuro del Paese.

Chi coordina, promuove e sostiene il laboratorio

Coordinatori, promotori e sostenitori del Laboratorio per le politiche della conoscenza.

Documenti

Documenti e report caricati dal coordinamento del laboratorio.

Report

Nasce LabPolK: la conoscenza al centro delle scelte per il futuro del Paese

Comunicato stampa per la presentazione del Laboratorio per le Politiche della Conoscenza, il 16 ottobre 2026 a Roma.

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Report

Appello per l’autonomia, il finanziamento e la dignità dell’università e della ricerca

Appello della Rete delle Società Scientifiche per un finanziamento stabile, l’autonomia universitaria e la tutela della ricerca pubblica.

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Report

L’UE deve aiutare i Paesi europei a investire lo 0,75% del PIL in ricerca pubblica

Proposta di Ugo Amaldi, Roberto Antonelli, Luciano Maiani e Giorgio Parisi per un programma ventennale dell’UE relativo agli anni 2026–2045.

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Suggerimenti e indicazioni

Invia proposte individuali o a nome di un gruppo di lavoro. I contributi saranno esaminati dal coordinamento.

Calendario e resoconti

Prossimi incontri

Incontri passati

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